9 Settembre 2024
Da bambini si pensa che diventar grandi voglia dire fare delle cose difficili. Diventar grandi significa vedere i propri cari andarsene.
Ci ha lasciati Nonno Didì. Sì, Nonno Didì. È uno dei soprannomi curiosi e inspiegabili che attribuii ai miei nonni quando cominciai a parlare.
Proprio a Nonno Didì sono legati tantissimi ricordi lieti – soprattutto d’infanzia – anni di gioia incontenibile per un bambino come me. Percepivo tutto questo, mentre avveniva.
Ricordo uno dei suoi ultimi giorni di lavoro. Inizio anni ’90. Mi chiese di aiutarlo a parcheggiare il pullman nel deposito della Satti. Sembrava un’astronave. Da terra i suoi colleghi autisti salutavano come se andassimo chissà dove. Dopo 10 metri avevamo parcheggiato. Mi fece sentire importante; in realtà voleva soltanto che non stessi a terra durante la manovra perché era pericoloso.
Eravamo insieme in tanti pomeriggi d’estate a raccogliere sarsèt, livertìn e girasoli spontanei, così una volta tornati a casa, nonna avrebbe fatto un’insalata o una frittata.
Eravamo insieme in tante domeniche a condividere i pic-nic, prendere il pane e mangiare due pizzette all’insaputa degli altri che ci stavano aspettando.
Eravamo insieme a inventare storie di montagna. Del resto sei un alpino. Storie in cui regnava la serenità, la premura, gli scorci nascosti. Sennonché nella trama prendeva sempre il sopravvento qualcosa di buffo e inaspettato.
Eravamo insieme al mare a fare esperimenti con la sabbia, scherzi alle persone, ridere di sottecchi, guardare le barche al porto e gustare prelibatezze romagnole.
Ero anche lì quando simulava le telefonate ai carabinieri perché non volevo dormire dopo pranzo.
A Lourdes, dove mi portò molte volte con l’UNITALSI, una volta gli chiesi: ma se l’acqua di Lourdes è santa, è santa anche questa qui dei rubinetti al ristorante? E lui mi rispose: “se hai tanta sete sì”.
E quella volta a Vinovo, dove un automobilista accostò per chiedere indicazioni stradali. Lui, Nonno, autista provetto, per non passare per quello che non le sapeva, si è improvvisato francese pronunciando frasi incomprensibili e far desistere il malcapitato.
Recentemente, dopo l’operazione al femore, era un po’ confuso dall’anestesia; profittai per chiedergli: ma Paolo che lavoro fa? Quasi spazientito, dette una risposta che mi fece molto ridere: “Eh, Paolo… gira per se scòre”.
Più che un luogo, con Nonno c’era uno stato d’animo speciale. Premura, divertimento, dolcezza e desiderio di convivialità: io le voglio chiamare virtù.
Sapevamo la fortuna che stavamo vivendo mentre accadeva. Tra nonni e nipoti questo può accadere, in silenziosa complicità.
La malinconia prende il sopravvento: è la paura che con te, nonno, se ne vadano anche quei pezzi d’infanzia trascorsi insieme. Ce ne sono tantissimi. Non se ne vanno, quei ricordi: li porto nel cuore con l’ultimo saluto che mi hai fatto, nonostante la difficoltà nell’esprimerti: ciao gioia!
C’è qualcosa nella morte che somiglia all’amore. Ci sono persone che possono diventare luoghi del cuore. Grazie, Nonno Didì. Grazie Nonno Romano.
Salutaci tanto i nonni bis – Nonna Irene e Nonno Secondo – che ho avuto la fortuna di conoscere bene. Saranno finalmente sollevati anche loro dal non vederti più soffrire. Allora, fate una bella festa e anche un giro in pullman.
Veglia su nonna, su noi tutti, e sugli altri nonni: nonno Beppe e nonna Carla. Veglia sui tuoi nipoti: su Giulia e Simone e su di me.
Se la vita è un dono meraviglioso, lo è anche perché mi ha dato il privilegio di essere tuo nipote. Ciao gioia. Ciao Nonno Didì.
Paolo