Questo libro nasce da un’idea che mi accompagna da tempo, frutto di un assunto familiare e della collaborazione con la compagnia del Nostro Teatro di Sinio: di entrambe mi fregio con orgoglio. Quell’idea ha cominciato a concretizzarsi nel 2015, approdando su Gazzetta d’Alba poco dopo. Abitare il piemontese è uno sguardo sul mondo: educazione, quindi pensiero, lavoro, sentimento, nutrimento e, solo alla fine, parola pronunciata.
Il progetto ha assunto forme diverse nel tempo; qui diventa un primo volume che raccoglie le schede di questi nove anni. Non mi stavo accorgendo di scrivere un libro. La revisione dei testi, realizzata con il prezioso supporto del prof. Corrado Marengo, è stata l’occasione per ripercorrere il cammino fatto: rileggere le schede e i mutamenti che le hanno attraversate è stato un viaggio emozionante.
Ovunque esista una società umana, lo spirito di raccontare si manifesta: nei campi, attorno a un tavolo di cucina, sotto un albero, su un palcoscenico. Le narrazioni nascono da espressioni che svelano mondi, da aneddoti capaci di indagare la forma mentis di una civiltà antica e ancora vitale.
Questo libro esiste grazie a chi, negli anni, ha seguito con fedeltà la rubrica: leggendola, ritagliandone i trafiletti, presenziando alle rappresentazioni teatrali o salutandomi per strada con la parola appena pubblicata. Nei paesi attorno ad Alba mi accade di essere avvicinato da chi mi chiede con gioia: neh che tì ‘t sai col dëȓ paȓòle? (vero che tu sei quello delle parole?). Gesti semplici che dicono molto del bisogno di riconoscersi in una lingua e dei legami che essa crea.
Ogni lingua ha una storia e nessuna vale meno di un’altra. Il piemontese è una lingua neolatina che comprende i dialetti di zona; possiede una grammatica (qui useremo il sistema brandé) e una letteratura. Accoglie influssi arabi, ebraici, germanici, celtici, greci; presenta assonanze, calchi e prestiti che intercettano le parlate dei popoli confinanti. Dietro ogni parola, come dietro ogni persona, c’è un percorso. Una pesca non è soltanto un frutto: è un mondo.
Le parole-chiave piemontesi sfociano in un lessico — talvolta in un’intonazione — variabile a seconda della zona, del paese, della famiglia. Per questo possono comparire pronunce leggermente differenti da quelle adoperate dal lettore, ma pur sempre comprensibili: il piemontese non è uguale per tutti.
Nonostante l’ordine alfabetico, questo non vuole essere un dizionario. I testi fondamentali che mi succede di consultare sono Rastlèiȓe di Silvio Viberti e Primo Culasso (a cui si deve la variante della mia zona, così come il segno grafico della ȓ fricativa), il Neuv Gribàud di Gianfranco Gribaudo, il “Camillo Brero”, il Repertorio Etimologico Piemontese a cura di Anna Cornagliotti, il mitico “Sant’Albino” donatomi da Beppe Orsello e Antiche fiabe e novelle delle Langhe curato da Giacomo Giamello.
Il merito va alla moltitudine di persone incontrate lungo il cammino. Due su tutte non sono più tra noi: Donato Bosca, in Langa, e Corrado Quadro, nel Roero. Questo libro è di tutti. Lungi da me l’ambizione di insegnare: il privilegio maggiore sta nel condividere storie e sentimenti che uniscono, raccontare qualcosa di antico che nessuno di noi ha inventato, ma che abbiamo ereditato per abitare il mondo.
«Non esistono lingue morte ma solo cervelli in letargo». Abitare il piemontese è un invito a rallentare, a lasciarsi attraversare da un lessico che parla di vita, amore e silenzi. Raccogliere il passato per dare senso al futuro. Per me recuperare il piemontese significa ritrovare un pezzo della mia infanzia e dell’immaginario collettivo per guardare meglio avanti. Se non ora, quando? Se non qui, dove?
Paolo Tibaldi