Non saprei bene da dove cominciare. Forse da quella volta allo sferisterio di Dogliani, guardando insieme una partita di pallapugno. Carlin lo conoscevo da tempo, come tanti: le idee, la voce inconfondibile, la capacità di rendere universali alcuni temi. Lui diceva di conoscermi per la mia narrazione sulla civiltà contadina e per l’importanza di custodirne la memoria.
Nel febbraio 2023 arrivò una sua telefonata: «Dobbiamo fare una serata insieme che si intitoli “Se la Langa è così…”; dobbiamo far rendere conto chi non lo sa, da che percorso arriva questo territorio». In quel periodo ero molto concentrato a trasformare la mia tesi in una rappresentazione teatrale… ma se si trattava soltanto di presentare, raccontare, annunciare i video e gli ospiti… beh, d’accordo, avrei collaborato.
Da allora sono passati tre anni, in cui mi ha fatto il dono raro di una fiducia concreta e disinteressata. Da un palco a sorpresa di tutti, anche mia, ha annunciato che avremmo scritto un libro insieme. Qualche settimana dopo, appena tornai dall’Argentina, andai a casa sua pieno di dubbi su cosa e come scrivere. Ricordo bene che mi disse: «Scrivi quello che pensi sia giusto scrivere». Così ho fatto. E lui, con una generosità che ancora oggi mi commuove, non corresse una virgola. Era il suo modo di credere davvero nei giovani. Quel libro, il suo ultimo e il mio primo, parla di vita e di vite.
Tra le cose che più lo entusiasmavano c’era il piacere di andare nelle scuole a parlare con gli studenti, a presentare il libro, a confrontarsi con chi aveva ancora tutto davanti. Lì sembrava ritrovare un’energia speciale: ascoltava, provocava, seminava domande. C’era un gioco che faceva spesso con i ragazzi: «A chi mi sa dire il significato più importante di ‘sostenibilità’, offro pranzo a Pollenzo». Qualcuno provava a rispondere, poi arrivava la sua spiegazione: «Nel pianoforte il sustain è il pedale che allunga la nota, che la fa durare di più». Ecco, per lui la sostenibilità era il fulcro della transizione ecologica: imparare a far durare le risorse del mondo che attraversiamo.
Forse è anche per questo che riteneva opportuno ribaltare quel proverbio piemontese: «Se il giovane sapesse e il vecchio potesse». Diceva che fosse ormai giunto il tempo di dire invece: «Se il giovane potesse e il vecchio sapesse», dove il giovane avrebbe dovuto potere e il vecchio saper vivere nell’oggi, e sapere anche fare un passo al fianco del giovane.
Ripenso ai tanti momenti trascorsi insieme da queste parti e qualche passaggio in Spagna. A Bilbao, la scorsa estate, ragionando su alcuni capitoli. A Siviglia, quest’anno, con conversazioni che si allungavano ben oltre il tempo previsto, come se avessimo ancora molto da mettere a fuoco. E proprio in un ristorante di Siviglia, quando insistetti per offrire la cena, Carlin mi guardò perentorio: «Paolo, diventare vecchio è brutto; diventarlo da egoista sarebbe proprio da imbecilli».
Ogni nostro incontro, pubblico o privato, si concludeva con la sua mano sulla mia spalla. E spesso con Luca, presenza preziosa, anello forte di tanti momenti condivisi.
Ciao Carlin, hai saputo “fare i fatti” e comunicare cose importanti; talvolta così semplici e disarmanti, da risultare straordinarie.
Grazie, Carlin. Fai buon viaggio.
Paolo