12 Novembre 2025
Laddove esiste una società umana, lo spirito irrefrenabile di comunicare si manifesta. Nei paesi e nelle città, sotto gli alberi e sui palchi, in aperta campagna e attorno al tavolo di una cucina. A Cuneo, Alba, Bra, Fossano, Mondovì, Savigliano, Saluzzo. Su una rivista? Oh sì, bella IDEA!
Per farlo occorre convocare chi si occupa di narrazione in quanto indagine umana. Una formula teatrale convenzionale è il «chi è di scena!», l’esclamazione di appello con cui il direttore chiama gli attori per cominciare lo spettacolo, annunciando che è ora di entrare in palcoscenico. Di solito è preceduto da altri avvisi: mezz’ora, un quarto d’ora, cinque minuti prima dell’inizio. La valenza della chiamata è simbolica e pratica; segna il passaggio dal “dietro le quinte” all’inizio della rappresentazione, trasformando l’ansia in concentrazione e chiamando tutti a un unico, complice, respiro di gruppo.
Nasce tra gli anfratti dei teatri ottocenteschi, quando non esistevano microfoni, luci automatiche o chiamate via auricolare. Il direttore di scena, figura invisibile ma onnipotente, si occupava di orchestrare l’andirivieni dietro le quinte. Prima che il sipario si aprisse, o prima che un attore facesse il suo ingresso, esclamava «chi è di scena!».
Proviamo insieme a immaginare la grande emozione che può suscitare questo comando. Dopo settimane – magari mesi – di impegno, studio, prove e dedizione, arriva il giorno del debutto. Ogni artista arriva a teatro, si sistema nel camerino e organizza il tempo che lo attende dall’apertura del sipario, tra pensieri e riflessioni. Sotto l’auspicio condiviso che tutto vada al meglio, vi sono incognite più che legittime: ci sarà pubblico? Ho ben chiaro cosa devo fare e dire? So fino in fondo chi devo essere in scena? I miei compagni di palco si fidano di me? Ci sono momenti critici da rivedere? Sono cosciente del messaggio che rappresenta questa storia? Chissà se e come reagiranno gli spettatori in quel dato punto!
I passi e il mormorio del pubblico che raggiunge le poltrone, crea emozione: guai se così non fosse. È la consapevolezza di ciò che significa andare in scena. Del resto, si sa, il teatro è una medicina che va agitata prima dell’uso.
Con questo pregresso, figuriamoci cosa possa rappresentare una porta che bussa, seguita dalla voce «chi è di scena!». Quel richiamo convoca l’attore e la su anima; chiede fedeltà al ruolo e coraggio nell’esposizione. Dietro a quel secco ‘grazie’ di risposta c’è una vita, una scelta: si cela un sussulto, un brivido, un respiro profondo; inizia il conto alla rovescia. È il mio momento.
Ancora oggi quella frase resiste. La si pronuncia negli stretti corridoi che odorano di legno e adrenalina, tra costumi appesi e scaramanzie.
«Chi è di scena?» è una chiave che apre la soglia tra il mondo reale e il mondo possibile. È anche il titolo, il richiamo della rubrica che seguo sulla rivista IDEA: bussare nei camerini di chi fa del territorio un luogo di partenza, arrivo o permanenza. A rispondere saranno compagnie, attori, scrittori, artisti e operatori culturali che ogni giorno, nel Cuneese, salgono simbolicamente sul palcoscenico per raccontare l’anima di una comunità. Chi è di scena è la campana che suona per i cuori capaci di battere più forte.
Paolo
PH_ Roberto Magliano